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Se l’elettricità e il motore a combustione hanno reso possibile la società industriale, in modo analogo si può affermare che il software è ciò che ha reso possibile la società dell’informazione. I lavoratori della conoscenza, gli analisti, l’industria creativa e dei servizi – attori economici chiave nella società dell’informazione – non potrebbero esistere senza il software. Software è quello per la visualizzazione dei dati utilizzato dagli scienziati, software è il foglio di calcolo utilizzato dagli analisti finanziari, software è quello di impaginazione utilizzato da un web designer che lavora alla pubblicità di una compagnia di energia transnazionale, software è quello di prenotazione utilizzato dalle compagnie aeree. Il software è ciò che spinge il processo di globalizzazione, consentendo alle aziende di distribuire nodi di gestione, impianti di produzione e stoccaggio e permette la distribuzione ed il consumo in tutto il mondo. Paradossalmente, mentre sociologi, filosofi, critici dei nuovi e vecchi mezzi di comunicazione hanno ormai sviscerato tutti gli aspetti della rivoluzione informatica, fondando anche nuove discipline, il motore di fondo della cultura nell’era digitale, il software, ha ricevuto una ben scarsa attenzione. Esso resta invisibile alla maggior parte dei docenti universitari, artisti e operatori culturali interessati alla cultura e ai suoi effetti sociali, fatto salvo il movimento Open Source grazie al quale le questioni legate al copyright sono ampiamente discusse in molte discipline accademiche. Se però limitiamo le discussioni critiche alle nozioni di “cyber”, “digitale”, “internet”, “network”, “nuovi media”, o “social media”, non saremo mai in grado di arrivare a ciò che è dietro alla nuova rappresentazione e ai mezzi di comunicazione né a comprendere quello che realmente sono e cosa fanno. Se non ci concentriamo sul software stesso, corriamo il rischio di limitarci agli effetti senza risalire alle cause. E’ come se ci confrontassimo con l’output che appare sullo schermo di un computer senza tener conto dei programmi che producono tali output. E’ ora di concentrarsi sul software.

Liberamente tratto da: Lev Manovitch, Software takes command